REI... OSU!

REI

Il Saluto

 

 

"Senza cortesia il valore del Karate va perso"

Gichin Funakoshi

 

 

Il Rei, ossia il saluto, è un aspetto rilevante nella vita della comunità orientale. Secondo il Confucianesimo, è la più importante norma di vita!

 

REI ha assunto il significato di ringraziamentosaluto e - nello specifico - inchino.

Il rei è un concetto fondamentale per tutte le arti marziali di origine giapponese in quanto espressione della cortesia, del rispetto e della sincerità. Il rituale del saluto è semplice nella sua forma esteriore, ma molto complesso nel suo aspetto interiore; è una presa di coscienza di se stessi, dei compagni, della palestra e dell'arte che si sta per praticare e non deve mai diventare un automatismo, un'abitudine o un obbligo imposto dal maestro.

 

Il saluto non simboleggia una superficiale manifestazione di educazione, ma un lavoro completo sulla persona.

Il praticante, attraverso il saluto, si predispone correttamente all'allenamento, che richiede pazienza, umiltà e controllo dei propri sentimenti, e dunque un lavoro disciplinato, costante e diligente.

 

Questo è lo spirito della via marziale: l'umiltà è un atteggiamento che bisogna assumere nella vita, la prima lotta che bisogna vincere è quella contro la propria presunzione.

 

Il termine Osu


Nel karate giapponese, a differenza di quello tradizionale di Okinawa, il saluto è spesso accompagnato dalla parola "osu" che si pronuncia oss.

 

Originariamente si tratta dell'abbreviazione del termine onegai shimasu "osu", tradotto è "mi scusi".

Si tratta di un termine abusato derivante dalla pratica del karate nelle università giapponesi negli anni '30, '40 e '50 del secolo scorso.

Ponendo l'attenzione sulle quattro parti del kanji che compone la parola OSU si può estrapolare un significato ben preciso. Ovvero praticare in silenzio "O" anche se una lama ti trafigge il cuore "SU", è per questo che nel Budo ha una forte enfasi in quanto considerata una parola dal ricco significato e dalla forte presenza.

 


Come viene fatto

 

La complessità simbolica del saluto implica, in senso posturale, l'allineamento perfetto del ventre, del busto e della testa, centri, rispettivamente, della volontà, dell'emotività e dell'intelletto.

Dal punto di vista tecnico il saluto può essere collettivo o individuale, effettuato in piedi (ritsurei) o in ginocchio (zarei).

 

Quando sta per cominciare la lezione gli allievi si allineano per grado (il grado più alto all'estrema destra) lungo la "sede inferiore" del dōjō mentre il maestro è solito sedersi di fronte a loro nella "sede superiore".

 

Zarei: saluto in ginocchio


L'allievo con il grado più alto, quando tutti sono pronti in posizione Ritsurei, l'allievo con il grado più alto da il comando seiza, indicando di inginocchiarsi portando a terra prima la gamba sinistra e poi la destra, mantenendo, una volta seduti, le mani sulle coscie, la schiena dritta e la testa eretta.

 

Dalla posizione di seiza è possibile la pratica della meditazione (mokusō), seguita nel più profondo silenzio per consentire il raggiungimento dell'armonia e della concentrazione; uno degli elementi essenziali di questa cerimonia si esprime nell'immobilità fisica e nel silenzio, che permettono di spogliarsi delle proprie preoccupazioni e di farsi ricettivi agli insegnamenti impartiti dal maestro.

 

Sempre dalla posizione di seiza è quindi eseguibile l'inchino detto zarei. Si esegue appoggiando sul terreno di fronte a sé prima la mano sinistra e poi la destra con i palmi in basso e le dita serrate e rivolte leggermente verso l'interno, quindi si esegue un inchino in avanti senza sollevare i fianchi.

 

Alla fine di ogni inchino si torna in posizione di seiza riportando sulle cosce prima la mano destra e poi la sinistra; a conclusione dell'ultimo saluto il maestro, o l'allievo con il grado più alto, da ordine «kiritsu», ossia "in piedi", comandando dunque di tornare in posizione eretta, sempre partendo dal maestro, seguito dagli allievi.

 

 

Ritsurei: saluto in piedi


Il saluto in piedi deriva dal saluto consuetudinario giapponese e viene eseguito unendo prima i talloni (le punte dei piedi aperte a 45°), mantenendo il busto e la nuca ben eretti e portano le mani con le dita tese e serrate lungo le cosce; questa posizione va mantenuta fino a che lo stato d'animo si sia fatto calmo e consapevole, quindi si piega poi in avanti il busto ed infine si torna in posizione eretta.

 

 

Questa ritualità è il retaggio della casta dei Samurai e, in caso di necessità, permetteva loro di sguainare agevolmente la katana anche da una posizione seiza così svantaggiata; inoltre la «tradizione marziale narra che nessun guerriero degno di tal nome abbassava la testa al punto di perdere di vista le mani della persona che gli stava di fronte, esponendosi così ad un attacco improvviso ed imparabile».


La filosofia racchiusa nel saluto si radica durante l'esercizio e deve estendersi a tutti gli aspetti quotidiani. Il rei offre un'occasione di riflessione ad ogni praticante circa il comportamento da tenere verso gli uomini e verso la vita.


Il saluto è l'essenza del rispetto ed il rispetto è l'anima dell'arte marziale: se andasse perso, lo sarebbe anche il valore dell'arte marziale.

 

 

Espressioni di saluto


Al momento del saluto gli ordini sono solitamente impartiti dall'allievo più anziano, posizionato capofila.

Tra questi vi sono delle espressioni verbali che precedono l'inchino vero e proprio e che possono variare a seconda delle circostanze:

 

«Shōmen ni rei»


è il saluto shōmen, ossia "frontale", ed è indirizzato al Maestro Gichin Funakoshi, creatore dello stile Shotokan.

 

Poichè il M° Funakoshi è morto, nella tradizione giapponese, in rispetto al fatto che non può fornire risposta al saluto, ci si inchina, senza pronunciare nulla.


«Sensei ni rei»


è il saluto al proprio maestro, in giapponese "sensei".

 

Ci si inchina e si pronuncia il termine OSU. In alternativa, qualora il maestro non fosse presente, ma al suo posto vi sono istruttore o allenatore, il saluto varia in "senpai ni rei".

 

«Otagai ni rei»

 

è il saluto reciproco che simboleggia l'unità ed esprime il rispetto che si deve agli altri.

 

Con questo, sia allievi che insegnanti si inchinano pronunciando il termine OSU, rispettandosi reciprocamente.